giovedì 5 febbraio 2015

Atrocity exhibition



Mentre il papa si angustia della guerra  tra cristiani che sta consumandosi nelle regioni russofone dell’Ucraina, la guerra nei territori tra Siria ed Iraq si va estendendo sempre più profondamente dentro il mondo islamico. La fiera delle atrocità nel Medio Oriente continua a mettere in mostra i suoi orrori, con l’ultimo video del pilota giordano arso vivo, dopo esser costretto a guardare l’altro orrore dei bombardamenti  provocati dalla  coalizione di cui faceva parte. Poco interessano le polemiche giornalistiche su incongruenze di questo ed altri video; tra orrore reale ed orrore esibito, nella riproduzione e moltiplicazione del messaggio, nella rete e sui  media, è comunque l’esibizione a provocare reazioni. Come quelle della Giordania e di altri paesi che pensavano di usare l’Isis (e le altre forze da essa scalzate nel conflitto siriano) per i loro confliggenti interessi. Dopo le immagini del rogo, tra dispute teologiche e minacce apocalittiche, la legge del taglione variamente interpretata ha continuato  a macinare, con l’impiccagione dei militanti islamici detenuti nelle carceri giordane, tra cui la donna di cui lo Stato Islamico chiedeva la liberazione e con il bombardamento indiscriminato di Mosul, città conquistata soprattutto per via di dinamiche interne di una resistenza sunnita che non si è mai fermata dall’invasione americana del 2003. Quanto sta accadendo da alcuni anni tra Iraq e Siria, con l’avvento del Califfato che sembra aver assorbito anche le componenti ex baathiste nazionaliste irachene è  in parte frutto avvelenato di quella improvvida “missione compiuta”. La linea recente degli strateghi dell’IS sembra puntare innanzitutto a spaccare il mondo islamico sunnita, in particolare le società dei paesi arabi più strettamente alleati dell’Occidente, ponendo anche molta cura nella comunicazione verso i musulmani europei. Al di là delle propagandistiche sparate su Roma o l’estensione del califfato alla Spagna sembra che la posta sia l’egemonia nell’Islam sunnita (prima ancora della lotta contro lo Sciismo) ed il superamento degli stati nazionali ex-coloniali con la creazione di una omogenea entità sunnita, di cui lo Stato Islamico è embrione. Questo da ragione della prudenza con la quale il debole governo iracheno procede verso un crinale di guerra settaria e di intervento massiccio dell’Iran che rischia di squagliarlo del tutto. E spiega in parte l’atteggiamento quantomeno contraddittorio dei paesi confinanti le aree di guerra che ci hanno soffiato sopra per ragioni opposte. Dalla Turchia vicina al Quatar e sponsor delle organizzazioni anti Assad sodali ai fratelli musulmani continuano ad affluire combattenti, anche occidentali pro-Isis che, evidentemente,  non vengono troppo controllati;  gli va bene mantenere uno stallo in cui il nemico takfirita, continua a tenere il regime siriano sulla graticola mentre gli combatte i più immediati nemici curdi. Dall’Arabia Saudita vengono prodigi di doppiezza: mentre i suoi piloti, in ottemperanza agli obblighi della coalizione, bombardano svogliatamente qualche postazione irrilevante continuano ad arrivare appoggi e finanziamenti ai ribelli siriani come agli ex nemici baathisti di Al Douri. Il Libano sta estendendo la sua perenne condizione di guerra civile,aperta o potenziale, anche alla Siria, con l’intervento diretto delle milizie Hezbollah e l’affluenza di volontari sunniti nel campo opposto. Ora, la Giordania, approfittando dell’indignazione popolare interna, ha minacciato l’intervento di terra contro lo Stato Islamico, pur non avendone credibili potenzialità; questa uscita potrebbe preludere ad una accelerazione di partner ben più attrezzati, trascinando anche la coalizione occidentale sul terreno. L’escalation degli ultimi tempi sembra indicare una ”parallela” convergenza di interessi tra i sostenitori dell’opzione del califfato e gli interventisti in ambito occidentale. Gli strateghi dell’Is potrebbero credere che una guerra aperta, di eserciti “crociati” invasori, meglio se in combutta con l’odiato persiano sciita, consegnerebbe ampie masse alla propria jihad e farebbe esplodere gli stati filo-occidentali. I governi occidentali ci vedrebbero un utile sbocco alla crisi, anche in funzione di polarizzazione dei conflitti interni in traiettorie elusive la lotta di classe. I regimi che cercano di sfruttare il conflitto per i propri interessi d’area, nella convinzione di poter strumentalizzare un’opzione politica considerata utopistica e alfine non realizzabile, sono quelli ché più rischierebbero di perderci. O forze iniziano a sentire il fiato sul collo degli utopisti e si convinceranno ad accelerare il tentativo di annientarli come dichiara adesso il regime hascemita. Ribadiamo che in questa fase ci  sembra fuori luogo schierarsi in base a concezioni antiimperialiste, difficili da forzare entro le coordinate di una guerra come questa, ferma restando ogni opposizione all’intervento militare  occidentale e quindi del nostro paese. Né ci sentiamo di esaltare quanti, pur difendendo legittimamente i loro territori ed aspirando ad un proprio stato, si prestano a fare da fanteria di terra all’aviazione alleata. La crescita dell’influenza russa va considerata positivamente per contrastare l’egemonia americana, ma sono fuori luogo le concezioni dell’asse russo-iraniano come baluardo antiimperialista: si tratta di un conflitto per spartirsi le aree di influenza. E’ auspicabile per quanti pensano di rilanciare un movimento comunista, anche da noi e nei paesi sottoposti alle servitù militari ed ai vincoli di alleanza Usa-Nato, che gli Stati Uniti perdano la loro presa egemonica sul medio Oriente e non solo, ma saranno soprattutto le dinamiche interne alla lotta di classe nei vari paesi a determinare lo spostamento dei rapporti di forza che attualizzerà il nuovo comunismo, non certo l’appiattimento sulla politica estera russa di alcuni partitini o micro-comunità sedicenti comuniste. Che Assad resista e Russia ed Iran possano contendere il piatto agli Usa può tornar utile ma non decisivo.

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